Correnti e pittori influenti del settecento e dell’ottocento: paesaggismo e realismo

L’interesse per il paesaggio, per la natura, è una costante nella storia della pittura degli ultimi secoli. Ma si può dire che principalmente nell’Ottocento il paesaggio, in quanto soggetto artistico, acquisti una effettiva esistenza autonoma.

In Inghilterra, in particolare, la pittura di paesaggio ha salde tradizioni. Un primo punto di riferimento può essere fissato con l’opera di Alexander Cozens (1700?-1786), d’origine russa. Pittore e teorico della pittura, Cozens parte dal presupposto che la natura si presenta all’artista sotto forma di “costellazioni di macchie” – in modo quindi relativamente informe – e che solo in un secondo tempo essa viene riconosciuta e organizzata dalla mente dell’artista stesso.

Con Thomas Gainsborough (1727-1788), ritrattista per necessità e paesaggi sta di vocazione, la pittura di paesaggio fa un secondo, importante progresso verso l’autonomia del genere, fino a che, nel diciannovesimo secolo, conosce uno sviluppo (e anche un successo di pubblico) considerevole.

Le variazioni e le sfumature della luce, dell’atmosfera, dei colori, trovano in John Constable (1776- 1837) un attento osservatore: i suoi quadri moderni formano spesso delle “serie” riproducenti il medesimo soggetto (la brughiera di Hampstead o la cattedrale di Salisbury, ad esempio) visto in diverse ore del giorno e in diverse stagioni.

Egualmente dal paesaggio parte Joseph Mallord William Turner (1775- 1851), ma ben presto nella sua pittura sostituisce alla definizione delle forme e degli oggetti lo studio di una realtà cosmica: solo la pioggia, l’acqua, il vapore, la luce, paiono mantenere una sorta di vaga corposità (celebre è il suo Pioggia, vapore e velocità, Londra, National Gallery).

In Francia la pittura di paesaggio trova intelligenti interpreti nei pittori della cosiddetta “scuola di Barbizon” (una località presso la foresta di Fontainebleau) di dipinti considerati moderni.

Più che di una scuola vera e propria si tratta di un sodalizio di amici raccolti intorno a Théodore Rousseau (1812-1867): la natura, alla quale viene riconosciuta un’esistenza oggettiva, è decisamente l’unica protagonista di questa pittura, che supera consapevolmente la logora polemica tra neo classici e romantici nella direzione di un incipiente realismo.

Nella seconda metà dell’Ottocento comincia infatti a delinearsi una corrente culturale che reagisce duramente alle “fantasie” romantiche e si pone nettamente in funzione antiborghese, di denuncia sociale. Obiettività e verità, interesse per il mondo e la vita delle classi subalterne sono i perni del realismo, come pure la profonda partecipazione dell’artista ai traumi della società in cui opera.

Una data importante per la definizione di questa tendenza è il 1855, quando Gustave Courbet (1819-1877) organizza una “controesposizione” in Place de l’Alma, a Parigi, all’insegna del realismo. Socialmente e politicamente impegnato (finisce prima in carcere e poi in esilio), Courbet teorizza un’arte dal “contenuto popolare”, fortemente aggressiva, capace di interpretare nei dipinti le istanze sociali che sfoceranno nei moti del 1871: su queste premesse realizza alcuni grandi capolavori, come Funerale a Ornans, Spaccapietre (già al Museo di Dresda, distrutto) e l’Atélier.

Con Honoré Daumier (1808-1879) il realismo si manifesta prevalentemente nel disegno e nelle feroci caricature: Luigi Filippo è oggetto di una serie di variazioni sul “tema della pera” di sicuro effetto demistificatorio, come del resto le graffianti “indagini” sul mondo dei tribunali. Incisioni, acqueforti, litografie testimoniano della fertile creatività di Daumier, che si è cimentato, con ottimi risultati, anche nella scultura (celebre il suo Ratapoil, Washington, National Gallery of Art).

Con Jean-François Millet (1814-1875), invece, il realismo è applicato al mondo contadino, che viene “svelato” per la prima volta nella sua dura realtà quotidiana di fatica e di sudore.


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